L’Italia ha circa un mese di tempo per attivare i 14,9 miliardi di euro di prestiti che le sono stati assegnati nell’ambito del programma europeo per la difesa Security Action for Europe (SAFE), dopodiché quelle risorse, richieste da Roma ma non ancora riscosse, potrebbero essere ridistribuite ad altri Stati membri.
È l’avvertimento arrivato da Bruxelles attraverso una fonte vicina al dossier citata dall’Ansa, in una fase in cui la Commissione sta procedendo alla firma degli accordi esecutivi con i Paesi che hanno già definito i propri piani. L’interesse degli altri governi è elevato e l’esecutivo comunitario intende procedere rapidamente, pur ricordando che il suo compito è assistere gli Stati nella fase di transizione. Sul tema si è espresso anche il Commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, che rispondendo a una domanda durante la conferenza stampa al termine del Collegio dei commissari a Bruxelles ha ricordato che il processo è già nella sua fase avanzata. “I Paesi che volevano fare richiesta lo hanno già fatto a grandi linee, siamo nel processo di firmare accordi relativi al SAFE”, ha dichiarato Dombrovskis, ammettendo di dover controllare nello specifico la scadenza effettiva stabilita dalla Commissione UE.
Il monito riguarda uno degli strumenti centrali del secondo mandato di Ursula von der Leyen. SAFE mette a disposizione 150 miliardi di euro complessivi sotto forma di prestiti agevolati e rappresenta il primo pilastro del pacchetto europeo sulla difesa. Per l’Italia il via libera era arrivato a fine gennaio, con la seconda tranche di finanziamenti, ma il governo non ha ancora firmato l’accordo per l’erogazione, decisione che spetta al ministero dell’Economia.
La valutazione del governo italiano
Sul nodo è intervenuto martedì fa il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ha collocato la questione su un piano essenzialmente finanziario. Secondo il ministro, l’esecutivo dovrà definire e approvare il capitolo relativo alla maggiore spesa per la difesa “al massimo entro settembre”, in linea con gli impegni internazionali assunti dall’Italia. Giorgetti ha spiegato che la scelta tra ricorrere al SAFE o emettere titoli di Stato dipende dal confronto tra i rispettivi costi: un Btp a dieci anni si collocherebbe intorno al 3,6 per cento, mentre il prestito SAFE a più lunga scadenza risulterebbe leggermente meno oneroso.
Una posizione in parte diversa è quella del ministro della Difesa Guido Crosetto, per il quale lo strumento europeo costituisce “uno scalino in più” e “un’alternativa”, in quanto finanziato dall’Unione e non attraverso il debito nazionale, pur restando “una scelta” e non un automatismo. Crosetto ha inoltre collegato il percorso di crescita della spesa militare al mancato superamento, quest’anno, della procedura europea per deficit eccessivo, auspicando che il recupero possa avvenire già a partire da ottobre. Sul punto Giorgetti ha lasciato aperta la possibilità di una uscita anticipata dalla procedura, definendola non probabile ma neppure esclusa.
Il quadro degli impegni sulla difesa
La vicenda SAFE si inserisce in un contesto di bilancio reso più stretto dalle richieste del comparto difesa e dagli obiettivi concordati in sede Nato. L’Alleanza ha fissato un traguardo complessivo del 5 per cento del Pil entro il 2035, articolato in un 3,5 per cento di spesa militare diretta e in un ulteriore 1,5 per cento destinato alla sicurezza in senso ampio. Gli Stati Uniti hanno fatto sapere di attendersi dai partner percorsi credibili verso questo obiettivo, tema destinato a pesare nei prossimi appuntamenti dell’Alleanza.
A complicare il quadro c’è il dossier energetico. Il governo italiano ha ipotizzato di utilizzare solo una parte dei fondi SAFE per la difesa, dirottando le restanti risorse verso le spese energetiche, e ha ottenuto da Bruxelles un’apertura sulla flessibilità di bilancio. La Commissione ha però chiarito che gli interventi dovranno concentrarsi su fonti rinnovabili ed elettrificazione, e Roma attende indicazioni più precise sulle modalità ammesse.
Gli altri Stati e il fattore Ungheria
Sul programma SAFE hanno aderito complessivamente diciannove Paesi membri, dei quali nove hanno già ricevuto i primi finanziamenti, mentre l’Italia non figura ancora tra i Paesi che hanno sottoscritto gli accordi esecutivi. La gran parte dei governi sta procedendo speditamente, circostanza che alimenta la pressione sui tempi richiamata da Bruxelles.
L’unica eccezione di rilievo è rappresentata dall’Ungheria. Budapest aveva avanzato una richiesta di entità consistente sotto la guida di Viktor Orban e sta ora rinegoziando con la Commissione numerosi aspetti rimasti irrisolti. Proprio il ritardo ungherese potrebbe lasciare un margine a favore dell’Italia, ma soltanto entro la finestra temporale che l’esecutivo comunitario considera ormai in via di chiusura. I termini del prestito restano nel frattempo vantaggiosi: durata fino a 45 anni, un periodo di grazia di dieci anni per il rimborso del capitale e tassi contenuti, dal momento che a finanziarsi sui mercati è la Commissione stessa.

